Mamma Chiara: storia di una Guerriera con un’ala spezzata e il cuore grande come l’Africa

E’ passato poco più di un anno da quando è iniziata questa nuova avventura di Athenaeum e quindi il nostro viaggio attraverso le “storie di donne” straordinarie: per prima è toccato a Raffaella Carrà, ho usato le lettere dell’alfabeto alla scoperta dell’ombelico più amato dagli Italiani; poi è stata la volta della scrittrice inglese Virginia Woolf, il modo migliore per conoscerla mi è sembrato quello di raccontarvela attraverso le sue parole; dopo ho scelto Aung San Suu Kyi, perché la lotta per la libertà esiste ancora oggi, come ieri vale la vita e può davvero riempire il cuore di una donna e infine Marilyn Monroe, tutti quelli che l’hanno conosciuta ne sono rimasti ammaliati, Marilyn è ancora oggi un’icona, eppure come accade a molte di noi Norma Jeane non era soddisfatta di se stessa, divorata “dall’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra”, Marilyn “viveva sospesa fra ciò che era e ciò che non era, fra quanto sognava di essere e quanto la vita l’aveva fatta essere” e questo la faceva sentire terribilmente sola.

Stravolgendo tutti i miei programmi, ho deciso di raccontarvi la storia di una donna di cui ho sentito parlare per la prima volta solo una settimana fà: la storia di Chiara Castellani mi ha colpita dritta al cuore, mi ha commossa, mi ha dato speranza, ho provato per lei gioia e tristezza, totale ammirazione, spontaneo affetto: Chiara è una vera Guerriera, di una forza incredibile e di una dolcezza disarmante, Chiara è una piccola, grande donna, da un’ala spezzata, che rende il mondo un posto migliore in cui vivere!

Ha 7 anni Chiara, quando decide che da grande diventerà un medico e così è: nel 1981 si laurea in medicina e chirurgia e nel 1986 consegue la specializzazione in ginecologia e ostetricia, nel frattempo dal 1983 al 1989 lavora in Nicaragua, prima per il Movimento Laici per l’America Latina, nell’ambito di un programma di volontariato civile in cui si dedica all’assistenza delle gestanti e delle partorienti, poi alle dirette dipendenze del Ministero della Sanità locale, nell’ospedale Fidel Ventura di Waslala. Il Paese è devastato dai conflitti e Chiara è costretta a diventare suo malgrado un medico di guerra.

img_15554Torna in Italia Chiara, ma per poco, messasi in contatto con l’AIFO, nel 1991 parte per Kimbau, all’interno del Congo, allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. Da allora Kimbau è la sua casa, torna in Italia poche volte: in alcuni casi rimpatriata per i gravi disordini che dilaniano quel Paese, in altri casi per far conoscere anche qui i suoi progetti e ottenere il sostegno necessario. A Kimbau Chiara dirige un ospedale, costruito dai Belgi poi semi-abbandonato, lì non presta solo la sua attività di medico al servizio di una popolazione di più di 150.000 abitanti, ma dedica anima e corpo alla costruzione di un impianto idroelettrico che consentirà l’ampliamento dell’ospedale e l’illuminazione delle vie e di altri edifici pubblici del villaggio, senza dimenticare l’importanza dell’istruzione da diffondere in un Paese martoriato e dimenticato.

Chiara desidera che il mondo sappia cosa succede in Africa, a Kimbau come in molti altri luoghi, quell’Africa così diversa da come se l’era immaginata da bambina, vittima e teatro di una guerra voluta dalle potenze occidentali, “che si combatte sulla pelle dei più poveri, senza che i potenti-prepotenti siano sfiorati da questa immane sofferenza che si consuma nel silenzio complice dei media”. E’ paradossale, Chiara si trova a dover tagliare gambe e braccia, vede la morte ogni giorno, eppure “non era per quello che avevo studiato, ma per far nascere la vita”.

Poi, il 7 dicembre 1992 la morte la sfiora, a Kimbau durante uno spostamento su una strada dissestata, il mezzo su cui viaggia si ribalta, sfracellandole il braccio destro che le viene fortunosamente amputato a Kinshasa. Ma neanche questo ferma Chiara: “Vado avanti, come se la guerra non esistesse, fa parte dellla mia incoscienza”, “Sento dentro di me un’esplosione d’amore, non diretto a una sola persona ma all’universo. Mi sento come se avessi ancora sedici anni”, perchè “Nella mia fede traballante sono comunque convinta che se Dio esiste è della povera gente, di chi porta la sua croce e spesso ci muore sopra, mai di chi la croce se la mette al collo senza sentire come pesa. L’ingiustizia mi lacera”. Chiara è una sognatrice dal cuore grande come l’Africa: “Se non sognassi per tutti loro un futuro diverso, di promozione umana, avrei mollato, il coraggio di sognare è ancora oggi il motore della mia vita”, nonostante tutto il dolore che ha visto, che ha vissuto e le enormi rinunce, a una famiglia, a dei figli. Ma Mamma Chiara, come la chiamano a Kimbau, di figli ne ha tantissimi, tutti quelli che ha fatto nascere in questi anni: i “ninos morenos con tanti capelli che, quando escono fuori, gridano l’inizio della loro grande avventura, in questa terra strana e audace. Dove anche sopravvivere è una folle scommessa. Ma dove vale sempre la pena scommettere”. Chiara non rimpiange nulla: “Perchè se sono andati avanti per secoli senza di me, potrebbero ancora fare a meno di me. Io senza di loro non saprei più come titare avanti”. Esiste un posto nel mondo, in Africa a Kimbau, dove la speranza ha un nome e un volto di donna: si chiama Chiara Castellani. Grazie Chiara.

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