I burattini del terrore

Due pensieri sulla violenza, di cui si parla da mesi. Che è realtà da sempre.

Il primo pensiero, sui fini e sui significati.

La “paralisi morale”: questo lo scopo che Zagrebelsky ha attribuito qualche mese fa alla violenza. Muovendo da questa idea, viene da chiedersi se la violazione della dignità della vita, paradossalmente dovuta proprio al valore che essa riveste, non sia “solo” mostruosamente uno strumento, un simbolo. Se non fosse una deliberata punizione per un’identità differente? Se fosse, invece, la ricerca narcisistica di un’esposizione, di un’imposizione fine a sé stessa della propria identità?

Nella nostra vita si insinua la violenza come risposta alla crisi della solidarietà, come conseguenza dell’individualismo esasperato, che isola ed emargina, induce alla prevaricazione sull’altro. Siamo educati alla libertà, senza tuttavia conoscere la cultura del dialogo. Viviamo intorpiditi in un surrogato tra arbitrio e condizionamento, lontani dalla libertà autentica. La società, che rende anonimi e soli nello spazio globale, porta a imporre la voce sempre di più, contro la massificazione. Urlare ed urlare, finché si raggiunge il margine della violenza, più subdolo dei cruenti kalashnikov. A volte all’estremo limite e oltre, nell’assurdo, nell’orrore dell’omicidio, non tanto per attrarre attenzione, ma pur di dimostrare a sé stessi prima che al mondo la propria presenza. I nostri tempi sono costellati da barlumi di attività, da rivendicazioni di chi è vittima della paura. Paura di non riuscire a farsi sentire, di arrivare a non sentirsi. La paura, spesso, di chi conosce la pace, ma si sente in guerra. Ed ecco, quindi, il secondo pensiero: dignità e individui.

Ezio Mauro, su Repubblica, a proposito dell’8 gennaio, parlava di diritti che si traducono nella materialità della vita quotidiana. Quanto è concreto, per noi, il dispiegarsi dei valori della democrazia, quanto evidente e vera l’immagine della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà? La tensione tra valori ideali e tutele reali mi sembra si risolva in una dimensione surreale, dove tutto (o quasi tutto) non è ciò che dovrebbe essere, dalle scelte istituzionali a quelle personali. Si richiama, così, un’altra tensione, ancor più pericolosa: tra masse e persone.

La lotta alla violenza è anche lotta all’egoismo che la coltiva, ma è soprattutto attenzione prioritaria alle “conseguenze sulle persone”, alle vite dei singoli, ben oltre le identità collettive, le dinamiche culturali, i conflitti politici, le questioni sulla libertà, problema e virtù di una società più o meno coesa che condiziona le nostre aspirazioni o ne promuove la condivisione, a seconda dei punti di vista.

Oltre le posizioni, infatti, ogni violenza è un imperativo a richiamare l’amore per la vita. Esiste una mostruosa e paradossale ideologia della morte che fa sentire padroni del proprio agire, benché renda, invece, assassini, burattini del terrore. Va combattuta, perché anche da qui parte la ricerca della libertà, qualunque cosa essa significhi.

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