Gli scultori del destino

Eravamo abituati a pensare che il nostro destino fosse nelle stelle. Ora sappiamo che il nostro destino è in gran parte nei nostri geni.

J. D. Watson, Time magazine, 20 marzo 1989

Avrei potuto citare Leopardi, o Sant’Agostino. Seneca sarebbe stato mainstream. Proust, forse, un po’ radical-chic. Pascal da intellettuale consumato. Avrei aggiunto qualcosa alla sapienza dei loro pensieri, in cui tempo e destino ricorrono? Argomenti per curiosi, tracotanti o meno. Probabilmente, io non avrei aggiunto nulla, ma qualcun altro ci è riuscito.

Per la citazione, Manzoni e Verga avrebbero asservito il liceale diligente. Ho citato James Watson, lo scienziato della doppia-elica, la struttura del DNA scoperta nel 19531. Da uno studente di Medicina, può sembrare coerente.

Verga e Proust sono morti entrambi nel 1922. Il viaggio della genetica è iniziato molto prima, con Gregor Mendel, il monaco e naturalista ceco che nel 1866 pubblicò il celebre “Saggio sugli ibridi vegetali”2, rimasto tuttavia privo di rilievo scientifico sino ai primi del Novecento. Da lì, un viaggio molto lungo, che continua ancora oggi. E la domanda è: cosa c’entra il DNA col futuro?

L’ultimo articolo di Franca Dusca Petacchi sulla salute mentale, «branca della medicina a tutti gli effetti», mi offre lo spunto per rispondere.

La celebre opera di Mendel in un'edizione del 1911

La celebre opera di Mendel in un’edizione del 1911

La mente è un impervio labirinto. Nel dedalo si intreccia una delle tante contrapposizioni che la storia del pensiero ha iscritto nel nostro senso critico. Oltre il confine per cui un fatto opinabile diventa premessa imprescindibile del ragionamento, la divisione tra scienze sociali e scienze naturali si fa tanto imperante, quanto anacronistica.

Natura o cultura? Una dicotomia dall’eco storica. Di questo discorrevano, ad esempio, in un acceso dibattito tenutosi a Eindhoven nel 1971, Naom Chomsky e Michel Foucault. Vi consiglio di vedere il video dell’incontro o di leggerne il testo. Alla fine, probabilmente, proverete – come è accaduto a me – un fastidioso senso di inconcludenza.

Quello di Chomsky e Foucault è un esempio di dialogo in cui la dialettica si spegne in un vicolo cieco, non costruisce concetti nuovi. Questi studiosi dialogano rimanendo però ai poli opposti, senza incontrarsi. Si aggrappano ai propri estremi, non incrociano lo sguardo, non concepiscono soluzione di continuità. Ciascuno prosegue per la propria strada, sentinella della tradizione della disciplina rappresentata. È emblematico il titolo di un’edizione italiana commentata, che può rappresentare una lettura piacevole: Della natura umana. Invariante biologico e potere politico” (DeriveApprodi, 2005). Ma la società e la natura non sono mondi a sé: il progresso scientifico è l’integrazione dei punti di vista, tanto più se coinvolge anche il comune sentire.

La più grande invenzione del secolo scorso è il computer, ma la più grande scoperta è l’identificazione della natura chimica del gene.

Mendel, infatti, studiò l’eredità dei caratteri e ipotizzò che a governarli fossero fattori discreti, i geni. Dove risiedessero e cosa di preciso li veicolasse rimaneva tuttavia ignoto. Riconoscere il DNA come il deposito dell’informazione genetica, ma soprattutto come il centro direzionale dell’attività cellulare è il traguardo di un itinerario scientifico tortuoso3: dagli studi di Walter Sutton, le ricerche di Thomas Morgan su Drosophila melanogaster, l’esperimento di Frederick Griffith sulla trasformazione batterica, quello di Oswald Avery e quello di Alfred Hershey e Marta Chase, fino alle conclusioni di Erwin Chargaff e alla struttura a doppia elica del DNA individuata da James Watson, Francis Crick e Rosalind Franklin. La biologia molecolare ha poi proseguito lungo un altro fondamentale sentiero: lo studio del flusso dell’informazione genetica. Si deve a François Jacob and Jacques Monod la scoperta dell’mRNA e dei primi principi sulla regolazione genica. Molti altri si sono susseguiti e si susseguono ancora in questo affascinante percorso.

La prima pagina dell'articolo di Watson e Crick su Nature

La prima pagina dell’articolo di Watson e Crick su Nature

 

Natura chimica del gene e flusso dell’informazione biologica sono concetti chiave, che ci consentono di esplorare con premesse nuove il rapporto dell’uomo con il mondo.

Dal progetto, il DNA, ai mattoni, gli amminoacidi, che formano proteine: così ciascun organismo vivente costruisce sé stesso dal punto di vista strutturale e funzionale. Quanto incide sull’approccio comune alla medicina, alle malattie (si pensi ai tumori), la confusione sovrana quando si parla di genetica? Non perché ciascuno di noi debba essere genetista, come molti di noi contraggono rapporti giuridici senza essere giuristi, ma perché sapere che nel DNA risiedono (senza tuttavia esaurirvisi) le basi della nostra individualità, di quanto abbiamo ereditato e di quanto trasmetteremo, è imprescindibile per muoversi con consapevolezza nel mondo attuale, elevando il dialogo medico-paziente a nuove prospettive, come quelle di un mondo ormai proiettato verso la medicina personalizzata e le terapie target. Orizzonti di cui mi piacerebbe parlarvi, ma che necessitano di essere contestualizzati.

Per quanto possano essere chiare (e non lo sono in gran parte) le informazioni che i geni nel nostro DNA codificano, il linguaggio della genetica, in realtà, ci appare qualcosa di statico, che predetermina in modo inappellabile il nostro essere “naturale”. Probabilmente, in questa erronea idea della “naturalità” del nostro essere è insita la distanza dalla realtà, che è ben diversa: la vivacità e il dinamismo dell’universo biologico si comprendono appieno, ad esempio, studiando come il comportamento risulti dal concorso di fattori ambientali, ma anche del ruolo che i geni assolvono nei processi biologici 4. L’antropologia spesso tenta una sintesi, ma, oltre la cerchia degli esperti, fuoriesce solo qualche curiosità, più che elementi di analisi da integrare nel proprio punto di vista, se non si è addetti ai lavori.

Da una parte, quindi, la sequenza di basi del DNA come un barcode per ciascuno di noi. Dall’altra, la cultura, la politica, l’economia, l’arte. In sintesi, determinismo biologico contro civiltà umana, che si declina in emancipazione, libertà, condizionamento. Tuttavia, le leggi della natura non sono inconciliabili con tale dinamismo. La “logica del vivente” (Einaudi 1987) – per dirla con François Jacob – è un’altra.

Un collegamento tra l’universo culturale e quello naturale esiste. È possibile costruire – come scrive nell’Introduzione alla sua opera “Verso un’ecologia della mente” (Adelphi, 1977) Gregory Bateson – «un ponte tra i fatti della vita e del comportamento e ciò che oggi sappiamo sulla natura della struttura e dell’ordine». Nell’uomo si realizza, infatti, qualcosa di sorprendente.

Stupisce, infatti, sapere che la parte codificante del nostro DNA è esigua rispetto a quella non codificante, cui si attribuisce un ruolo regolatorio. Qui si inseriscono aspetti evoluzionistici. La specie umana deve, infatti, il proprio successo evolutivo allo sviluppo di sistemi regolatori dell’espressione genica molto fini. In sostanza, l’uomo è evoluto perché sa dialogare molto bene con l’ambiente in cui vive. Il genoma, d’altronde, è all’interfaccia con l’ambiente. Inoltre, alcuni studi riportano che molti meccanismi neurali che hanno a che fare con la socialità sono altamente conservati tra i viventi: è un’evidenza forte che anche i geni sono molto importanti per il comportamento sociale5.

La vera sfida oggi è concentrarsi sugli aspetti regolatori, su come l’ambiente interagisca col DNA, ovvero l’epigenetica, e perdersi nell’affascinante prospettiva della biologia dei sistemi, che abbraccia in modo olistico le relazioni tra le molecole e analizza i vari pathway metabolici, al fine di comprendere il passaggio tra quanto è scritto nei geni, ovvero il genotipo, e quanto si manifesta, ossia il fenotipo, che spesso è il territorio della variabilità di espressione. Ci si addentra così in una serie di gradualità la cui analisi dipende strettamente dalla risoluzione della tecnica d’indagine: il punto di vista, grazie alla tecnologia (e all’esperienza dell’osservatore) si fa sempre più accurato.

Regolare l’espressione genica significa che, se il DNA è il progetto, un architetto decide quali parti considerare in un dato momento e quali ignorare: si orienta il lavoro e si pianifica l’esecuzione, sospendendone alcune parti, accelerandola per altre. Tutto avviene in relazione al ciclo cellulare. A volte l’architetto può distrarsi e fare delle modifiche impreviste al progetto stesso. Nel bene o nel male, per quanto l’informazione sia protetta, il suo flusso è regolato.

Il nodo centrale di tale regolazione è l’identità dell’architetto. Conosciamo gli attori molecolari, possiamo conoscere gli effetti degli ormoni, cosa promuova un impulso nervoso, ma qual è il principio ultimo che governa le attività cellulari? Una soluzione, in parte, comprenderebbe i bisogni e le condizioni interne o esterne all’organismo stesso, ma qualsiasi risposta suonerebbe eccessivamente riduzionista.

Recettori sono in grado di raccogliere informazioni di varia natura sul mondo esterno e tradurli in un linguaggio comune; centri nervosi superiori li integrano per programmare una risposta mediata da determinati effettori e articolata sino al livello molecolare.6 Non mi stanco di sottolineare dove risieda la grandezza e la potenzialità del progetto: la modulabilità.

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Specifiche risposte sono governate da un insieme di fattori e alla base vi è il genoma, un sostrato individuale che si esprime in un contesto dinamico, ossia la macchina cellulare, la cui efficienza nel fornirci energia può variare per una serie di fattori, come l’età. Il ritratto non può dirsi completo, ma certamente questi aspetti favoriscono una visione d’insieme del mosaico della vita e consentono di andare oltre contrasti anacronistici, antinomie del tutto superate come quella tra natura e cultura.

Gli aspetti evoluzionistici – come dicevo – sono importanti. Alcuni studiosi, nel secolo scorso, elaborarono la sintesi moderna (il neodarwinismo), facendo convergere teoria dell’ereditarietà e teoria dell’evoluzione. Il quadro è quello di un mondo in cui la selezione opera assicurando un vantaggio a chi possiede le migliori capacità di adattamento all’ambiente. Capacità che derivano da specifiche strutture biologiche, come gli enzimi, a loro volta determinate da un profilo genetico specifico.

Richard Dawkins sostiene che l’evoluzione abbia come bersaglio i geni7, non gli individui, ma come può il gene essere preso in considerazione come unità autonoma? Esso va inteso come parte di un sistema, non solo a livello individuale, ma anche al livello collettivo. La sociobiologia8 offre prove interessanti che un’organizzazione sociale di successo aumenta la sopravvivenza della specie9. L’idea che l’altruismo sia il prodotto dell’educazione e che l’egoismo sia qualcosa di naturale, una componente innata dell’essere vivente entra in crisi: sarebbe eccessivamente semplicistica e riduttiva come visione generale del comportamento.

Arrivati a questo punto, dov’è la continuità con l’articolo di Franca Dusca Petacchi, che rivendica l’identità biologica della malattia mentale, contro chi sembra calcarne la matrice culturale?

La patologia, o meglio, l’eziologia, non guarda solo ai meccanismi biologici che guidano un processo morboso tout court, ma, alla luce delle relazioni tra geni e ambiente, molto spesso è in grado di dare risposte anche sulle cause e sui fattori di rischio, da ricercarsi in comportamenti precisi, in stili di vita, nell’esposizione a contesti specifici. Tutto ciò determina delle risposte precise a livello cellulare e molecolare. La genetica, poi, anche con l’ausilio della bioinformatica (come per le analisi in silico dei sequenziamenti) potrà sempre più aiutare, in futuro, a predire molte malattie e indirizzare eventuali terapie (si parla infatti sempre più di farmacogenomica).

La malattia mentale non è solo un prodotto culturale. Vorrei avere le possibilità per guidarvi nel sentiero delle neuroscienze, parlarvi degli studi che hanno permesso di superare il classico dualismo tra ragione ed emozione, “L’errore di Cartesio” (Adelphi 1995), come lo ha definito il pioniere in questo campo, il grande neurologo Antonio Damasio, oppure gli studi sull’autismo, sui neuroni specchio (successo italiano del prof. Rizzolati dell’Università di Parma). Le neuroscienze offrono davvero un accesso privilegiato alle basi biologiche della socialità, spesso riabilitando a parti integranti della vita mentale aspetti esiliati dal dibattito scientifico, ritenuti indegni di essere spiegati al di là del mondo delle scienze sociali.

Nella malattia mentale, come in ogni malattia, si riflettono gli elementi di una complessità che è naturale e sociale al contempo. La malattia, in’ultima analisi, è una componente della vita, e in essa si racchiudono gli aspetti chiave della vita stessa, che è complessa.

Ho scritto in passato della complessità sociale come elemento chiave per comprendere il senso di fragilità che percorre la società contemporanea e che per certi versi intorpidisce le istanze ultime del nostro essere liberi. Oggi scrivo di una complessità “integrata”, che investe l’uomo in quanto essere biologico e in quanto essere sociale. Ne “Il paradigma perduto” (Feltrinelli 1994), Edgar Morin riflette sul valore della comunicazione, che accomuna il mondo sociale, ma anche quello biologico: le cellule stesse comunicano. L’uomo e l’ambiente sono in comunicazione.

Tale comunicazione ci orienta all’importanza dell’etica. Non è un caso che Hans Jonas abbia dedicato numerosi saggi all’importanza del principio responsabilità per il mondo delle scienze biologiche10. Per Jonas, la libertà sussiste grazie ai limiti che le derivano dalle decisioni collettive, ma la sua radice è nella configurazione organica del vivente11. Lo studioso, in un discorso tenuto a Francoforte nel 1987, richiama Eraclito: “Πόλεμος è padre di tutte le cose”. L’uomo, con mezzi artificiali, si è svincolato dai limiti che la natura ha imposto alla sua specie, elevandosi al di sopra della contesa. Con l’ingegneria genetica si è posto al di sopra della guerra. Come nota Jürgen Habermas12, l’eugenetica offre persino l’opportunità di rompere la casualità delle condizioni in cui nasciamo, alterando l’equilibrio tra le equità e le disuguaglianze, che si dispiegano in un percorso di crescita e confronto che è il culmine del vivere sociale.

L’espressione “delirio prometeico” è troppo stucchevole e retorica, ma ci trasmette l’idea di un uomo operoso, non sempre accompagnato dalla consapevolezza che, procedendo in avanti, costruisce al contempo l’argine della propria evoluzione. La sua superiorità lo destina a un dovere ineludibile: la tutela dell’ecosistema. Una responsabilità non solo per la sua generazione, ma soprattutto per i posteri.

Una conclusione vera e propria tale riflessione non può averla: si propone solo di insinuare dubbi, suscitare curiosità. Gettare le basi per immaginare quel ponte tra scienze sociali e scienze naturali, contestualizzare dal punto di vista sociale le scoperte scientifiche, correlarle agli orizzonti dell’etica, promuovere questo nuovo “metodo” che consideri la complessità dei sistemi, le relazioni che li costuiscono: ecco l’obiettivo di questa riflessione.

Nel genoma non si esaurisce la biodiversità. La matrice naturale del nostro essere liberi non mortifica le differenze culturali, la varietà del nostro essere. Il fondamento biologico, semmai, ne esalta i tratti, affiancandosi agli elementi più spiccati della diversità. Etnia non è solo il colore della pelle o l’identità socio-culturale. La combinazione tra la complessità delle costruzioni sociali e quelle naturali è la chiave per comprendere il futuro.

Il buon liceale, se avesse eletto Manzoni per l’incipit, avrebbe lasciato alla fiumana del progresso di Verga le ultime battute. Le novità intimoriscono, espongono a un rischio, per certi versi ci paralizzano.

Boncinelli, in un articolo intitolato “Jacques Monod, l’uomo che divinizzò il Caso”, pubblicato il 1° agosto del 2000 sul Corriere della Sera, scrive dello scienziato autore del testo “Il caso e la necessità” (Mondadori 2001)

[Per Monod] “Le istruzioni biologiche, che sono essenzialmente un messaggio, non sono legate da un rapporto di necessità chimica con le molecole che le custodiscono. Con gli stessi componenti elementari del DNA si possono comporre i messaggi più diversi e proteine simili possono compiere azioni molto diverse negli opportuni contesti. La vita è il regno della contingenza e noi stessi siamo il prodotto di una serie di eventi accidentali che nessuno si rassegna ad accettare come tali. Ma la contingenza è anche la compagna silenziosa della libertà. La visione austera, quasi ascetica, del nostro rapporto con il mondo che Monod ci propone può condurre a una lucida disperazione oppure a un’orgogliosa assunzione di responsabilità. La natura ci mette in grado di raggiungere molti obiettivi, ma non ci obbliga a farlo, né in un senso né in un altro. Siamo noi che dobbiamo decidere.”

Non trovo parole più efficaci per disperdere l’idea che la libertà sia un esclusivo prodotto della civiltà. Leopardi avrebbe da obiettare che la natura è madre maligna, indifferente alle nostre pene, e che la società è la nostra arma contro di essa. Oggi, tuttavia, i tempi sono maturi per guardare diversamente alle cose. La genetica offre una porta di ingresso per la conoscenza di sé come cittadini di una comunità umana e organismi viventi del mondo naturale. La specializzazione disciplinare da una parte consente di raggiungere risultati eccellenti, ma l’integrazione con gli altri settori non va mai data per scontata. Dal salotto intellettuale al laboratorio, al di là di ogni logora e pedante dicotomia, gli spunti proposti sono un valido esempio di integrazione.

Scrivono Mauro Ceruti ed Edgar Morin in “Un nuovo umanesimo ci salverà” su Il Sole 24 Ore del 9 settembre 2012:

Questa trasformazione nella condizione umana chiede di cambiare il nostro sguardo sul mondo, e innanzitutto di essere capaci di guardare il mondo: poiché il nostro sguardo intellettuale, formato dalla nostra formazione disciplinare, non può guardare il mondo che spezzettandolo in frammenti sparsi. […] L’antico Umanesimo aveva prodotto un universalismo astratto, ideale e culturale. Il nuovo Umanesimo planetario non può che nascere da un universalismo concreto, reso tale dalla comunità di destino irreversibile che lega ormai tutti gli individui e tutti i popoli dell’umanità, e l’umanità intera all’ecosistema globale, alla Terra. Questo universalismo concreto non oppone la diversità all’unità, il singolare al generale. Si fonda sul riconoscimento dell’unità delle diversità umane e delle diversità nell’unità umana, reso necessario dal fatto che qualunque sfida oggi ha una portata planetaria e ha bisogno dell’impegno di tutti, ognuno nella singolarità della propria rispettiva visione e nella relazione e nell’apertura agli altri.”

Ceruti e Morin colgono la distanza di prospettiva tra l’Umanesimo di un tempo e un nuovo Umanesimo contemporaneo. L’homo faber di oggi, tuttavia, non porta con sé solo il bagaglio dei saperi procedurali: avvicinare l’Universale è intuizione di qualcosa di più, qualcosa che coincide col vero senso della conoscenza. Tanto più l’uomo anela a riconoscersi nel flusso dell’universo, tanto più egli si fa capace di ascoltare i veri scultori del destino.


1 Watson JD, Crick FH. Molecular structure of nucleic acids: a structure for deoxyribose nucleic acid. Nature 1953; 171:737-38

2 Mendel, Gregor. Versuche über Pflanzenhybriden (tr. Saggio sugli ibridi vegetali). Verhandlungen des naturforschenden Vereines in Brunn 4: 3, 1866, 44. [Pdf]

3 Per una descrizione più dettagliata, consiglio la lettura di Experimental pathways: The Chemical Nature of the Gene in G. Karp, Cell and Molecular Biology, John Wiley & Sons 2010, pp. 413-416

4 Chakravarti, Aravinda, and Peter Little. “Nature, nurture and human disease.” Nature 421.6921 (2003): 412-414.

5 Robinson, Gene E. “Beyond nature and nurture.” Science 304.16 (2004): 397-99.

6 Robinson, Gene E., Russell D. Fernald, and David F. Clayton. “Genes and social behavior.” Science 322.5903 (2008): 896-900. [Le immagini seguenti sono tratte da questo articolo: i diritti di copyright appartengono alla rivista Science]

7 Richard Dawkins: Il gene egoista, Milano, Mondadori 2009

8 Si veda l’interessante review: Robinson, Gene E., Christina M. Grozinger, and Charles W. Whitfield. “Sociogenomics: social life in molecular terms.” Nature Reviews Genetics 6.4 (2005): 257-270. Un vero e proprio classico, poi, è l’opera del padre della sociobiologia: Wilson, Edward O. Sociobiology. Harvard University Press, 2000.

9 Gintis, Herbert. “Sociobiology: Altruists together.” Nature 517.7536 (2015): 550-551.

10 Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica, Torino, Einaudi 1997

11 Hans Jonas, Organismo e libertà, Torino, Einaudi 1999

12 Jürgen Habermas, Il futuro della natura umana, Torino, Einaudi 2010

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