Uscire dall’Euro, perché esserne fortemente contrari

Mi presento, sono un ragazzo di 24 anni, studente di Economia dei Mercati e degli Intermediari Finanziari presso l’Università di Roma Tor Vergata. Affrontare un percorso di studi di questo tipo, in un periodo come quello attuale, non è certamente facile, ma si ha, nello stesso tempo, la fortuna di poter confrontare con la realtà tante nozioni teoriche intraprese nel percorso degli studi accademici.

La discussione sulla moneta unica europea è uno dei principali argomenti di scontro politico in Italia, testimoniato dal fatto che nell’arco degli ultimi 2 anni sono cresciuti sempre più partiti e movimenti anti-Euro. Il principale responsabile, ma non il solo, è il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, che da sempre fa di questo argomento un suo cavallo di battaglia. L’ipotesi di base è che l’entrata nell’Euro e quindi la perdita di sovranità monetaria, è stata la principale causa della crisi economica che ha caratterizzato gli ultimi anni. Io non penso che questo sia vero, cercherò di spiegarlo in questo articolo e quindi invito anche chi la pensa in maniera totalmente differente da me a continuare la lettura e magari ricavarne qualche spunto di riflessione.

Uscire dall’Euro è possibile?

Il Trattato di Maastricht, firmato nel 1992, prevede l’obbligo per tutti i paesi che hanno firmato l’accordo e hanno raggiunto i requisiti economici e finanziari stabiliti1, di adottare l’Euro quale moneta unica. La permanenza nella moneta unica è strettamente collegata a quella in Europa. Ciò significa che senza una modifica dei Trattati di Maastricht, l’uscita dall’Euro non è possibile restando allo stesso tempo nell’Unione Europea. In questo senso Euro-Unione Europea resta un binomio indissolubile per in nostro Paese. Bisogna dire però che esistono dei paesi come Gran Bretagna, Svezia e Danimarca che hanno negoziato nell’ambito dei Trattati la possibilità di essere membri dell’Unione senza entrare nella moneta unica, prima dell’entrata in vigore del Trattato nel 1993.

Prima conclusione: l’uscita dall’Euro, a meno di clamorose negoziazioni, ci metterebbe alla porta dell’Unione Europea. Sarebbe tecnicamente possibile uscire dalla moneta unica e restare nell’Unione ?

Conseguenze della rinuncia alla sovranità monetaria e la svalutazione competitiva

L’Unione Monetaria Europea costituisce il primo caso nella storia moderna di unione monetaria tra un numero così elevato di Stati2, che con il loro consenso hanno permesso che si arrivasse alla costituzione di un’unica banca centrale (BCE).

La BCE è una banca centrale soprannazionale che svolge compiti di controllo monetario in precedenza affidati alle banche centrali nazionali, le quali hanno cosi trasferito e ceduto la sovranità monetaria3. La Banca Centrale è l’unica istituzione dell’UME autorizzata all’emissione di banconote, denominate in Euro, a fornirle come riserva al sistema bancario e ad intervenire per modificarne la quantità in circolazione.4

La rinuncia dei singoli stati alla sovranità monetaria è stato un risultato storico, che però non ha più permesso agli Stati membri di effettuare svalutazioni competitive, (cosa che l’Italia, per chi lo ricorda, metteva sistematicamente in atto in conseguenza della perdita di competitività dei propri prodotti), cioè lasciare che la valuta nazionale perda valore nei confronti delle valute estere, con la conseguenza che, nel breve periodo, aumentino le esportazioni dei prodotti nazionali e quindi anche il Pil del paese. Badate bene, breve periodo, ma non nel lungo. Da qui nascono una serie di problemi, analizziamoli.

Quando un paese decide di svalutare la propria moneta corre il rischio di picchi di inflazione, causati dal maggior prezzo delle materie prime importate. In Italia sono stati celebri i picchi inflazionistici, a doppia cifra, degli anni ’70,’80 e ‘90 con la conseguenza di avere prezzi e tassi di interesse molto più alti nel medio periodo. Come già detto, è vero che cresce l’export ma, per i paesi come l’Italia che oltre ad essere un paese esportatore manifatturiero è anche un grande paese importatore di materie prime, avendo pochissime risorse energetiche nel proprio territorio, di conseguenza aumenterebbero in modo esponenziale i costi di acquisto e poi i prezzi di gas e petrolio in primis, che a cascata si rifletterebbero su tutta la filiera della produzione, ma anche i prezzi di tutte le materie prime importate dalle industrie dedite alla produzione dei beni di esportazione.

Seconda conclusione: aggravio di costi per imprese e famiglie

Problema del debito

A fine 2013 il debito pubblico del nostro paese ammontava a circa 2100 miliardi di euro. Circa la metà è in possesso degli italiani, mentre la seconda metà è in mano a banche estere, gruppi assicurativi e fondi comuni europei ed investitori internazionali.

Come detto la quantificazione del debito è in Euro e se ci fosse il ritorno alla Lira i possessori del nostro debito non accetterebbero di convertire i loro crediti in una moneta che vale meno. Perciò pretenderebbero di essere pagati in Euro, con la conseguenza che il rapporto debito/Pil crescerebbe ancor di più di quello attuale.

In una recente intervista rilasciata a La Stampa, Peter Praet, capo economista BCE analizza la questione in questo modo:

“Anche se voleste prendervi il rischio di cambiare la moneta: potete immaginarvi le conseguenze dell’incertezza su tutti i contratti denominati in euro? Su tutti i debiti, i contratti, a livello privato e pubblico? Chi paga cosa, con che valuta, e quando? Finireste in un incubo di dispute legali. E anche se fosse permesso saldare i propri debiti in Euro nella nuova lira, potete immaginare quanto sarebbe oneroso per il debitore ripagare il suo debito in una nuova valuta che si sarebbe nel frattempo drammaticamente svalutata contro l’Euro? La verità è che abbiamo bisogno di fiducia e stabilità, in Europa. Le soluzioni monetarie non sono mai soluzioni vere. Dovreste credere nelle lezioni della storia”5.

Terza conclusione: il problema del debito sarebbe insormontabile

Corsa agli sportelli e fuga dei capitali

L’uscita dall’Unione Monetaria potrebbe comportare dei problemi serissimi in termini di liquidità per il sistema bancario italiano (sarebbe lo stesso per qualsiasi altro sistema bancario). Dovrebbe essere un’operazione segreta, gestita nell’arco di poche ore con blocco dei movimenti di capitali verso l’estero, evitando fughe di notizie sul giorno e ora di quando dovrebbe avvenire la trasformazione di depositi e contante nella nuova moneta.

overvalued-euroSe cosi non fosse ci sarebbe una corsa agli sportelli bancari da parte di TUTTI i cittadini che cercherebbero di prelevare i loro depositi bancari in Euro poco prima del cambio di moneta, in quanto la nuova Lira avrebbe un valore nettamente inferiore rispetto alla moneta unica. La conseguenza sarebbe tragica, in quanto nessuna banca avrebbe riserve di liquidità sufficienti per restituire contemporaneamente i depositi ai clienti e si arriverebbe così al fallimento del sistema bancario italiano.

Quarta conclusione: ipotesi di bank runs e fallimento del sistema bancario

In conclusione spero di essere riuscito, con questi quattro punti, per me, fondamentali, a convincere anche i più scettici che l’uscita dall’Unione Monetaria sarebbe disastrosa per l’Italia e che l’Euro e l’Europa non sono le cause della crisi italiana, la quale ha origine invece nel debito pubblico record, accumulato dai nostri governanti che hanno amministrato la cosa pubblica come cicale, pensando esclusivamente ai loro interessi politici, invece che come buoni padri di famiglia e nella mancanza di riforme in molti campi, lavoro, amministrazione, giustizia, scuola, ecc., che non sono più adeguati ai cambiamenti profondi prodotti dalle nuove tecnologie nella società attuale.

L’Europa è una grande opportunità e non un problema; per la mia generazione, “la generazione Erasmus”, deve essere così e magari prima o poi vedremo realizzato quel sogno chiamato “Stati Uniti d’Europa”.

1 Stabilità dei prezzi (il tasso di inflazione non deve superare del 2% quello dei 3 stati membri che hanno conseguito il risultato migliore in termini di stabilità dei prezzi nell’anno precedente la valutazione); Finanza pubblica (rapporto deficit/pil sotto il 3%, rapporto debito/pil sotto il 60%); tasso di cambio (rispetto dei margini normali di fluttuazione previsti dallo SME per almeno 2 anni, senza svalutazione della moneta nei confronti di un altro stato membro).

2 Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna nel 2000 fondano l’UME e dal gennaio 2001 si è aggiunta anche la Grecia.

3 Oltre che una politica monetaria comune in tutti gli Stati membri, secondo una mia personale opinione, l’ideale sarebbe anche avere una politica fiscale comune in tutti i paesi dell’Unione, in modo da evitare un uso “concorrenziale” del sistema fiscale.

4 “L’Euro e la politica monetaria”, Michele Bagella, Giappichelli Editore, Torino 2006.

5 Tratto da La Stampa versione on-line 22/12/13

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