Ricordo di mons. Luigi Belloli

“Ricordare” …

É portare al cuore la memoria di fatti e persone. È vedere con gli occhi di un bambino cresciuto non poi così tanto le cose di un tempo. Che in definitiva sono cose che anche oggi hanno per noi, sulla nostra vita, un’incidenza concreta. È ripensare a ogni momento della propria esistenza come a un segmento di tempo inciso nell’eternità. È vedere il presente, il passato e il futuro nell’eterno giorno di Dio.

080402marco-b 128Questo ed altro mi passava per la mente ieri sera, quando mi sono accostato, col rispetto dovuto ai morti, alla tomba che contiene i resti mortali di Luigi Belloli in attesa della risurrezione dei giusti alla fine dei tempi. E ho pensato che non avrei sbagliato di molto a paragonarlo a quei Caduti che avevamo ricordato un giorno prima, quei cavalieri e quei fanti di una Italia giovane, che col ferro e col fuoco si era costituita, frantumando i legami e riducendo al silenzio ogni voce discordante, compresa quella di chi si vedeva sottratti col sotterfugio, il tradimento e l’invasione i suoi legittimi territori …
Quella stessa Italia che sempre col ferro e fuoco aveva fuso insieme gli italiani e li aveva mandati in guerra per un’immane carneficina, che al di là di tutto li affratellò e li rese degni martiri della patria. I nostri avi. Grazie al loro sacrificio ogni anno pensiamo alla patria con senso più trascendente.

Fanti e cavalieri …

E Mons. Belloli era un combattente, un condottiero e al tempo stesso un abile stratega. Sapeva costruire ponti fra le coscienze, far stringere legami duraturi fra chi veniva da espressioni talvolta contrastanti. Sapeva vincere le resistenze e le trincee umane, valicare le montagne dell’odio e dell’indifferenza, della diffidenza reciproca. Sapeva scendere sulla breccia … “in cerca di volti”.

Andava al di là dell’individuo: in questo sapeva scorgere la persona.
Quei volti che ricercava un giorno li trovò molto lontani dalla sua Lombardia. Li incontrò in Ciociaria, dove ognuno può dire di trovarsi a casa, tanto sa essere gentile e accogliente la nostra gente.
Gentilezza e accoglienza, virtù tanto care al suo cuore di Padre, che egli seppe fondere insieme a quello che di più buono sa venir fuori dalla nostra gente, antica, tenace e volitiva. E così avvenne che quel lombardo qui si sentì a casa e decise di piantare qui la sua tenda, un umano tabernacolo, una dimora perpetua per un riposo perpetuo. E sapeva bene che quel suo amore discreto, da “gentiluomo d’altri tempi”, lo avrebbe portato ben più lontano dal tempo in cui viveva, lo avrebbe proiettato nel presente divino per il futuro dell’uomo. Lo avrebbe legato a tanti volti, giovani e vecchi.

Giovani e vecchi …

Molti dei presenti ieri sera neanche lo avevano conosciuto. Hanno imparato a conoscerlo in ciò che ci ha lasciato e da quello che noi abbiamo saputo trasmettere. Per la sua diocesi, uomo tenace, volitivo e generoso – come la nostra gente -, volle una scuola, che non cercasse certo le eccellenze umane ma fosse vicina ai bisogni della gioventù e favorisse la crescita integrale della persona. Non gli umani arrivismi ma una sostanza verace, un’acqua limpida alla quale dissetarsi senza foga e senza invidia: la vera sapienza. Quella che ognuno di noi ha potuto ricevere nelle briciole e nella fragranza dagli insegnamenti ricevuti. Per farne tesoro, per lasciare a chi verrà qualcosa di migliore, più bello, più nobile, più puro … più umano, da elevare a tal punto da santificarlo, perché questo era il suo fine. L’elevazione della persona che coincide con la “santificazione”, la purificazione di ogni risorsa (umana, intellettuale, morale, fisica …) perché sia fatta degna del fine per il quale è stata creata.

Questo ci ha trasmesso e insegnato quel Lombardo venuto da lontano per trovare in noi lontani dei fratelli, nei distanti dei discepoli, in tutti dei figli da riportare a casa. Venne per abbattere le distanze e per scoprire che il gregge era stato scelto per lui dall’eternità. Lo capì bene e decise di rimanere accanto a questi compagni di viaggio a riposare per il premio eterno.

11124756_10206738103763035_288070437352408286_oEcco qual è stata la battaglia terrena di Luigi Belloli. Questa è la sfida che ci lascia: nulla anteporre all’amore di Dio e in virtù di questo amore nulla anteporre alla piena realizzazione della persona. La sfida contemporanea è quella di saper trasformare l’individuo (assolutamente insignificante nell’ordine sociale laicista come in quello materialista, se non oggi del tutto indifferente) in persona. Quella natura razionale e quella sostanza indivisibile che è chiamata a essere lievito che fermenta la massa, che smuove la società, che sa valicare le differenze per tutto ricondurre al porto comune. Dove tutti trovano un comune denominatore: il Redentore del genere umano, il “Pedagogo dell’umanità” che li attende per averli con sè.

Questo è il maestro che ci lascia il nostro condottiero! Come un buon generale ha saputo consegnare, al termine della sua battaglia, il reggimento al Re. Non ha voluto per sé alcun onore, se non quello di essere ricordato come Vescovo di Anagni e Alatri. Come a voler dire: “Ricordatevi che vi ho voluto bene. Voi soli siete per me motivo di vanto!”.

“Ricordare” è fare questo, è tener sempre presente l’eredità che ci hai lasciato.
E ricordarTi, dopo quattro anni, da quando hai fatto in modo che il tuo nome fosse lo scudo e la garanzia della nostra associazione, ha sempre per noi un dolce sorriso. È far memoria degli anni nostri più belli all’ombra del campanile, è far memoria della nostra adolescenza fra le sudate carte e le amicizie che ci hanno fatto crescere, è stato essere protagonisti del nostro futuro. Ce lo dicesti tu quando ci venisti a trovare, ancora una volta “in cerca di volti”, alla vigilia di quel giorno memorabile nel quale tornasti fra i tuoi per l’inaugurazione della Tua Cattedrale restaurata. In quell’occasione ci dicesti che quel monumento andava vissuto, che non era un museo, ma la Casa di Dio che doveva vedere il vecchio mutato in antico, “perché le cose vecchie sono brutte; quelle antiche sono belle e parlano da sole”. Di che parlano? Parlano anche di Te e di noi; e quelle mura ci tengono uniti ai passati e a quelli che verranno; ci dicono parole antiche e linguaggi nuovi, da saper interpretare, affinché nulla vada perduto, niente si scordi …

“Ricordare” …

 

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