Esperienze pastorali: Zelo e indignazione di un’anima inquieta

25434251_10214631594734299_744735178_o Qualche tempo fa mi capitò fra le mani un libro, Esperienze pastorali di Don Lorenzo Milani (Firenze 1958). Da tempo avevo sentito parlare di questo libro, a suo tempo imbarazzante, del sacerdote toscano, educatore innovativo di giovani rurali, scompigliatore di un contesto accomodato, pioniere di nuove integrazioni … di assalto (!); ma mai avevo avuto la possibilità di leggerlo. Nelle prime battute risulta abbastanza stancante, in quanto l’autore si dilunga (a mio giudizio troppo e troppo specificamente) nella proposta e nell’analisi di statistiche e dati da lui raccolti, con una certa dovizia di particolari, in numerosi archivi e dalla viva voce del popolo. Tuttavia, man mano che si procede nello scorrere quelle pagine ci si accorge di un accrescimento progressivo, come in una sorta di climax, di un sentimento quasi palpabile, misto di indignazione e di fervore, di zelo e di compassione per quello che era la ristretta realtà di San Donato e di tutto quel poco che vi ruotava intorno. Bisogna dire che la pars destruens rischia di avere la meglio sulle reali proposte di rinnovamento o di costruzione.

Quello che più mi ha colpito è stato il fatto che don Milani tende a ricondurre tutto a un comune denominatore: la carenza di istruzione. Sembra strano? Non possiamo contestare la sua conclusione a cuor leggero. A ben rifletterci: un popolo è superstizioso per mancanza di cultura, un consorzio umano è carente di benesser25434317_10214631594614296_581846394_oe per carenza di istruzione; un popolo è fatto servo del potente di turno per mancanza di preparazione.

Da qui una constatazione: l’importanza della cultura. Cultura deriva da colere (coltivare), come educazione viene da e-ducere (portare fuori dal gregge). Riflettere sull’etimologia dei termini aiuta spesso (se non sempre) a comprendere il significato profondo di ogni realtà. Coltivare … la cultura (scusate la voluta ripetizione) vuol dire scavare e concimare un terreno che si ritiene fertile (o che possa diventarlo) ed avere fiducia di trarne dei frutti, in tempi brevi o prolungati lo sa Dio, ma l’impegno del contadino (agricola) è svincolato dalla ricerca del breve o lungo risultato. Egli fa il suo dovere ogni giorno in mezzo alle intemperie e agli imprevisti, sinonimo della vita umana, e non si attende altra ricompensa che non sia di vedere il frutto del suo faticare. Se questo frutto verrà nel tempo gioisce ugualmente perché sa che nulla è andato e andrà perduto.

Lo stesso si può dire per l’educazione. Si tenta di portare fuori una pecora dal gregge, un individuo (che anche così si fa persona, non maschera ma soggetto che è in grado di stare di fronte a un altro e quindi autodeterminarsi e farsi determinare dal coinvolgimento nelle cose umane) dalla massa informe nella quale si trova e magari crede di star bene. Fuori dal gregge, fuori dalla massa, la persona scopre che può vedere, osservandolo dal di fuori, tutto il marasma di sensazioni e avvolgimenti che straziano la vita dei servi, dei meschini operatori inconsapevoli di un progetto scriteriato per il loro futuro ma ben progettato da altri. Lasciare la massa nell’ignoranza non è forse uno degli obiettivi (se non il principale dal quale derivano gli altri) dei gruppi di potere che da qual25394373_10214631594214286_396086209_nche centinaio di anni, con mutate sembianze, vanno portando avanti? Un popolo ignorante, inebetito dal continuativo contatto con social di bassa lega che disperdono tanto tempo e tante energie, con programmi televisivi al limite del tollerabile (sia per decenza che per utilità o almeno stima dell’umana intelligenza), con discorsi e stili di vita che assomigliano tanto alla Fattoria degli animali (di orwelliana memoria) …

Si tratta di un progresso o di un regresso (meditato, voluto, favorito con strutture ben determinate)?

Questo pensavo durante la lettura di questo testo, bisogna dire impegnativo. Ed ho scoperto che il mio pensiero era molto simile a quello di questo pretino toscano, dal pigli25395235_10214631594654297_1248163946_no acceso e dalla penna scorrevole (a tratti). Mi sono sorpreso nel ricordare che egli scriveva a fine anni Cinquanta e di un paese rurale (dal quale era in grado di tracciare orizzonti più vasti, ovviamente).

E se fosse vissuto adesso?

I problemi di quella porzione di stato decise di risolverli con la scuola parrocchiale. In parte vi riuscì. Ma la questione è sempre più profonda. Se ne accorse lui per primo: la mentalità del popolo. Gente sonnacchiosa che ignora le istanze di oggi per non aver poi modo di cambiare niente domani. Un popolo che dorme non se ne avvede. Lasciarlo dormire è strategia di pochi, tollerare questo sonno è stoltezza. Chi può essere l’araldo mattutino, che urli dal tetto l’avvento dell’alba dissipatrice delle tenebre?

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