Analfabetismo funzionale … tempi strani di mali incoscienti!

2019-07-08-17-02-29--1237391396Non molto tempo fa mi sono imbattuto in un video dal titolo accattivante: riguardava il così detto “analfabetismo funzionale” (1) ed era stato curato da Alessandro Principali, esperto in comunicazione fra le altre cose. Da allora mi è presa una grande curiosità. Ho cercato di documentarmi su questo tema (che ho scoperto vastissimo …) per scoprire che … le nozioni sono inutili: in questo campo se vuoi capirci qualcosa devi solo farne esperienza. E ne hai di occasioni!

Qualche tempo fa parlavo con un giovane e mi accorgevo quanto fossero evidenti le sue lacune sulla storia contemporanea, su cose che volendo avrebbero potuto anche suscitarne l’interesse …  unitamente alla assoluta noncuranza di quello che accade nell’universo culturale in cui si vive, se questo non dovesse toccare, con la violenza stringente della necessità, il piccolo mondo microscopico.

Un mio confratello mi diceva, tra il serio e il faceto, che esistono persone che non leggono altro che la bacheca di Facebook. Ed è vero!

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L’amarezza della mia constatazione è accresciuta dal fatto che coloro che soffrono di analfabetismo funzionale non sono analfabeti totali o parziali ma gente laureata o comunque diplomata che una certa cultura generale (enciclopedica?) dovrebbe (potrebbe) averla.

Il campo della conoscenza infatti si restringe sempre di più alle ovvietà quotidiane. Per non parlare del modo di esprimersi, che celebra quotidianamente il funerale del venerabile congiuntivo pianto dalla vedova condizionale.

Gli interessi personali sono poco stimolati, strano notare quanto tutto ciò sia paradossale: nell’epoca dell’informazione digitale a costo bassissimo, dove con un clic si raggiungono in un secondo mete lontanissime, il livello culturale si va restringendo a sempre più limitate funzioni (=”analfabetismo funzionale”).

Non potrebbe essere altrimenti. Mi spiego meglio: se una persona è tempestata di input  costantemente 24 ore su 24, è meno interessata a tutto ciò che vede, ascolta, legge o comunque recepisce; perché la mente si assuefa agli stimoli continuativi che riceve. Meglio ancora, pensiamo alle ricerche che dovevamo fare per la scuola da bambini: cercare notizie, non ritagliarle o fotocopiarle ma trascriverle manualmente … ripetere lezioni o poesie da quei libri cartacei ben lontani dall’e-book o dallo schermo luminoso … essere sottoposti al vaglio dei propri interessi in un’età relativamente giovane… tutto questo e molto altro contribuivano  a rendere meno attrattive le distrazioni e favoriva l’incameramento di nozioni fondamentali, quasi le categorie basilari del ragionamento, del calcolo, dell’esposizione e della scrittura.

E questo vale anche per il gioco, che sta perdendo la sua funzione sociale-aggregazionale per favorire sempre di più l’allontanamento dai gruppi, l’isolamento dietro lo schermo luminoso di uno smartphone. Devastante! A livello comunicativo (le mie considerazioni non si riferiscono solamente alle prime tappe della crescita) questo modo di agire e di pensare genera conseguenze nefaste anche nella relazione interpersonale: si ha paura di comunicare direttamente con il proprio interlocutore e si preferisce scrivere inutili e sgrammaticati messaggi su WhatsApp in inutili quanto oziosi gruppi che quanto più si usano tanto più si distanziato dal loro fine e dal loro oggetto … per non parlare delle circostanze (!).

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Nell’era digitale, nell’epoca dell’informazione, si è più ignoranti. E questo proprio grazie alla facilità del reperimento di nozioni. Non viene quasi per nulla fatta una cernita fra le varie cose che si leggono: tutto va bene purché sia a buon mercato (di tempo e di denaro); e la critica non ha ragion d’essere. Si prende per buono tutto quello che si legge, senza capacità critica, perché non si ha tempo o possibilità: bisogna correre all’input successivo e così fino a notte inoltrata. Senza cogliere nulla o quasi.  

Attenzione: la mia critica non è fine a se stessa, non mi posso fermare alla pars destruens: dall’informazione digitale apprendiamo molto e ci serve per rendere più snella la vita è più comodo l’agire quotidiano. Ma è vero anche che in molti casi l’intelligenza è appiattita al livello dei social e gli stimoli restano legati soltanto … alle immagini!

Così ti ritrovi gente laureata che non capisce niente di niente e studenti (non tutti ma manco pochi) col cervello ottuso da un sacco di amenità. A mio giudizio la causa delle varie ansie da prestazione come pure la difficoltà di sfuggire all’abbattimento che ti causano i traumi della vita sta anche nel fatto che il nostro mondo non è reale: i nostri rapporti diventano sempre più virtuali. Non ci si confronta spesso se non per tramite di uno schermo luminoso. E questo fa male ai rapporti umani, genera insicurezza e porta a disagi più o meno evidenti a livello relazionale se non esistenziale. Per adesso basta così. Credo di aver già stancato la pazienza dei miei tredici lettori.

Dobbiamo ripartire dall’essenziake e da ciò che giova veramente: il dialogo, il confronto reale (che ci mette in discussione proprio perché il nostro interlocutore non è un T9 ma uno come me in carne e ossa. L’uomo deve imparare a “trascendersi”. Riprendiamo in mano i libri, oh beata cultura di chi ancora legge (e non Novella 2000!), e cerchiamo di ampliare i nostri interessi a un raggio più vasto. Non è possibile tollerare che gente laureata non sappia scrivere un testo di senso compiuto (parola mia, né ho raccolti con la pala!).

 

“Cultura” deriva da “còlere – coltivare”.

Se lasci che nel tuo giardino prendano a germinare non i fiori della cultura che ingentilisce l’animo ma la rozzezza delle spine …

Intelligenti pauca

Video di Alessandro Principali

 

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1) “Incapacità di usare in modo efficace le competenze di base (lettura, scrittura e calcolo) per muoversi autonomamente nella società contemporanea” (Treccani)

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